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L'inferno
del campo di Auschwitz |
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I ragazzi sono rimasti lì, in quell’Aula Magna, senza distogliere lo sguardo neanche per un attimo, senza distrarsi per un solo momento, seguendo uno dei pochi sopravvissuti in ogni suo movimento, in ogni suo gesto e ripercorrendo insieme a lui la “storia“, la sua e quella delle migliaia di Ebrei che trovarono la morte solo perché esistevano. Shlomo Venezia riesce ad attrarre, con una voce a tratti tremante, altre volte decisa e determinata, la platea di giovani e docenti che si sono accalcati davanti a lui per ascoltare la sua testimonianza.
Ad introdurre il racconto di Shlomo Venezia sono state due insegnanti, Maria Assunta La Marca e Sonia Li Pani, e il Dirigente Scolastico, prof. Raimondo Giunta. Un gruppo di giovani ha intonato una canzone, poi sono stati proiettati due DVD preparati sempre dagli studenti, la musica in sottofondo e poi Shlomo Venezia si è lasciato andare ai ricordi. Ha ripercorso la sua vicenda partendo dalla sua giovane età, 19 anni.
"Io mi trovavo in Grecia esattamente nella città di Salonicco. Lì c’erano quasi 70.000 ebrei. Era scoppiata la guerra. Arrivarono gli Italiani, subito dopo, intorno al ’43 i Tedeschi. Iniziarono i primi rastrellamenti, le prime retate, gli ufficiali nazisti andavano alla ricerca di giovani aiutanti per destinarli ai lavori più duri e pesanti. Mi portarono via dalla mia città, insieme ad altre settanta persone, mi caricarono in un vagone ferroviario, appositamente chiuso con il piombo. Pochi viveri, per un viaggio che nessuno di noi sapeva o poteva immaginare quanto sarebbe durato".
Shlomo Venezia prosegue il suo racconto senza fermarsi un attimo, solo per bere ogni tanto un sorso d’acqua. Racconta del suo arrivo al campo di Auschwitz, dopo dodici giorni di viaggio.
"Fu allora, quando cercai di aiutare mia madre a scendere dal treno, senza riuscire nel mio intento, che vidi per l’ultima volta la mia mamma. Aveva 43 anni".
Ebrei, intellettuali, uomini di sinistra, zingari, erano stipati dentro le baracche.
"Ad accoglierci ufficiali e guardie tedesche. Tutti sotto le docce, ora con acqua bollente, ora con acqua gelata. Calci negli stinchi. Un tatuaggio con il numero di matricola impresso nel braccio. Il mio era 182727. Un miscuglio di inchiostro e sangue".
Poi Shlomo Venezia parla di come riuscì a venir fuori vivo dal campo di concentramento.
"Facevo il barbiere. Mi avevano consegnato una grossa forbice da utilizzare per tagliare i capelli alle donne morte. Le chiome dei cadaveri venivano utilizzati per tappeti e stoffe pregiate".
Alla fine conclude:
"Sì, spesso ho pensato che non ce l’avrei fatta, ma oggi sono qua, sopravvissuto fra i pochi sopravvissuti dall’inferno di Auschwitz".
Donata Calabrese
[Dal "Giornale di Sicilia" del 20/01/2004] |